Chi fa questo mestiere da qualche anno se lo ricorda: si installava lo scaldabagno con un rubinetto e una valvola di sicurezza, e finiva lì. Oggi un accumulo si collega con un gruppo di sicurezza e un vaso di espansione. Sembra una complicazione. È una conseguenza.
Lo racconto con il metodo di sempre: osservare, misurare, valutare, decidere. E dicendo anche cosa le fonti confermano e cosa, invece, resta un’abitudine di cantiere.
01 · Osservare: una valvola che gocciola
Il sintomo è sempre lo stesso. Lo scaldabagno nuovo, appena installato, perde qualche goccia dallo scarico del gruppo di sicurezza ogni volta che scalda. Il cliente chiama, il tecnico pensa a una valvola difettosa, la sostituisce. Dopo un mese gocciola di nuovo.
La valvola non è difettosa. Sta facendo il suo lavoro, troppe volte.

02 · Misurare: quanta acqua in più, e quanta pressione
Scaldando l’acqua da 20 a 65 °C il volume aumenta di circa l’1,8%. In un accumulo da 80 litri sono circa 1,4 litri. In uno da 300 litri, circa 5,4.
L’acqua non si comprime. Se quei litri non hanno dove andare, la pressione sale in fretta: Caleffi riporta un esempio in cui, in un sistema chiuso, un salto da 40 a 60 °C porta a un aumento di circa 7 bar. La valvola di sicurezza, tarata in genere a 7 bar, interviene. E interviene a ogni ciclo.
03 · Valutare: chi faceva il lavoro, e perché oggi non lo fa più
Il ritegno sull’ingresso dello scaldabagno c’era anche prima: un tempo la dilatazione non poteva tornare in rete nemmeno allora. Quello che le dava spazio era l’accumulo stesso. Nella parte alta del serbatoio restava una camera d’aria, e quell’aria, comprimendosi, assorbiva i litri in più. Era un vaso di espansione senza saperlo.
Oggi quella camera d’aria non c’è più, perché non è più voluta. Il serbatoio resta pieno. E se è pieno, l’acqua che si dilata non ha più dove andare: serve un volume che le dia spazio fuori dall’accumulo.
La Circolare del Ministero delle Attività Produttive del 26 marzo 2003 chiede che gli scaldacqua ad accumulo (temperatura massima sotto i 110 °C) siano collegati alla rete tramite un gruppo di sicurezza idraulica conforme alla UNI EN 1487, con rubinetto di intercettazione, ritegno, controllo del ritegno, valvola di sicurezza e interruzione del carico idraulico. Il gruppo non va aggiunto se il costruttore lo monta già nell’apparecchio e lo dichiara.
Attenzione a un punto: la circolare non nomina il vaso di espansione. Non esiste un articolo che dica «vaso obbligatorio». L’obbligo di fatto nasce da una catena: il ritegno chiude il circuito, l’accumulo non ha più la camera d’aria che assorbiva la dilatazione, e serve un volume che lo faccia al suo posto. Per questo i manuali dei costruttori lo prescrivono, e per questo lo si monta.
Il vecchio trucco di forare il ritegno per scaricare la sovrappressione nell’impianto non è più ammesso.
La camera d’aria: esperienza di cantiere, non norma
Gli scaldabagni di una volta contavano su una piccola sacca d’aria nella parte alta del serbatoio, che faceva da cuscino. È quello che ho visto sugli apparecchi di una volta, e che oggi i costruttori non fanno più. Si dice che il motivo sia anche la legionella, perché una sacca d’aria è un punto in cui il batterio può proliferare.
Attenzione: non l’ho trovato scritto in una norma né in una scheda tecnica di un costruttore. Lo dico come esperienza di cantiere, non come dato verificato. In particolare:
- la posizione del pescante, cioè del tubo che porta l’acqua fredda sul fondo, come soluzione costruttiva che lasciava l’aria: è la spiegazione che mi do io, non l’ho trovata in nessuna fonte;
- un divieto normativo esplicito legato alla legionella: le fonti parlano di prassi dei costruttori e di prevenzione, non di un articolo che vieta la sacca d’aria.
Il collegamento con la legionella resta coerente: il batterio cresce tra 20 e 45 °C, ha il massimo attorno a 35–37 °C, sopra i 50 °C muore, e i cicli antilegionella scaldano l’acqua a 60–70 °C. Un serbatoio che resta sempre pieno e si scalda per intero è più facile da tenere sotto controllo di uno con una bolla d’aria.
04 · Decidere: dimensionare il vaso, non montarne uno qualunque
Una regola a occhio dice: almeno il 10% del volume dell’accumulo. Il calcolo corretto usa le pressioni:
V = Ve ÷ (1 − P1 ÷ P2)
- Ve, il volume di dilatazione: circa l’1,8% del volume dell’accumulo;
- P1, la pressione assoluta di precarica, pari alla pressione di rete o alla taratura del riduttore;
- P2, la pressione assoluta di taratura della valvola di sicurezza, con un margine.
Con rete a 3 bar (P1 = 4 assoluti) e valvola a 6 bar utili (P2 = 7 assoluti): accumulo da 80 L, vaso minimo circa 3,4 L, misura commerciale 5–8 L. Accumulo da 200 L, circa 8,4 L, misura 12 L. Accumulo da 300 L, circa 12,6 L, misura 18–24 L. Calcolo indicativo: si arrotonda per eccesso e si lavora sui dati reali dell’impianto.
Il resto è disciplina di cantiere. Vaso sanitario, non quello del riscaldamento. Precarica regolata sulla pressione di rete. Scarico del gruppo libero, visibile, con pendenza verso il basso. Pressione d’ingresso entro il limite del costruttore (alcuni modelli indicano 0,5 MPa): se la rete è più alta serve un riduttore.
Cosa porto via da questo tema
- La valvola che gocciola è quasi sempre un sintomo, non il guasto.
- Il vaso non è un optional: fa il lavoro che una volta faceva la camera d’aria dentro l’accumulo.
- La norma chiede il gruppo di sicurezza; il vaso lo chiede la costruzione dell’accumulo.
- Il dimensionamento si calcola con le pressioni, non a occhio.
- Dire cosa non so fa parte del metodo: su camera d’aria, pescante e legionella parlo da cantiere, non da norma.
IN SINTESI
L’acqua si dilata.
Il progetto deve prevederlo.
Un vaso da pochi litri costa meno di una valvola sostituita due volte e di un accumulo che lavora ogni giorno sotto pressione. Non è un extra: è la parte dell’impianto che nessuno guarda, e che decide quanto dura il resto.
La versione pensata per chi deve cambiare lo scaldabagno è pubblicata da ErgonSì: Scaldabagno nuovo: perché serve anche il vaso di espansione. Fonti: Circolare MAP 26 marzo 2003; Caleffi, l’espansione dell’acqua e il pericolo Legionella; Buderus; ciclo antilegionella. Ogni impianto richiede una valutazione specifica.